Preghiamo
Siamo tutti qui, miei cari, per celebrare la morte di Facebook.
Sconvolti, increduli, coinvolti perché con lui muore un pezzo di ognuno di noi.
Responsabili, perché lo abbiamo ucciso un poco alla volta, fino all’ultimo respiro e poi abbiamo continuato ad usarlo come cosa viva, pur di negare che stavamo morendo anche noi.
Vilipendio di cadavere.
Preghiamo per ricordarci com’era e com’ eravamo.
Ci ha dato la possibilità di allargare l’orizzonte, di conoscere notizie e persone, di bussare direttamente alle porte di sconosciuti quando nemmeno più sapevamo bussare al vicino di casa.
Ci ha dato possibilità di sapere, di informarci, ci ha dato libertà di espressione.
Bella cosa libertà.
Lo abbiamo ripagato vomitandoci dentro tutte le nostre frustrazioni, senza pudore e rispetto per chi ne sapeva più di noi, sempre protagonisti mai spettatori.
Abbiamo iniziato dando del tu a medici, magistrati, scrittori, senatori della Repubblica, abbiamo dato lo stesso peso a scienziati e a terrapiattisti, a professori e impostori.
Preghiamo insieme.
Che questa morte ci aiuti a riflettere.
Guardiamo ciò che è rimasto perché quel cadavere freddo che vedete siamo noi.
Senza più cuore, senza empatia, pronti a giudicare i dolori degli altri, le azioni degli altri, le sentenze dei giudici, le analisi degli esperti.
Mangiati dalla lebbra della presunzione, sordi ma pronti a scatenare sugli altri tutto quell’astio per l’esistenza che mascheriamo con un sorriso davanti ai vicini di casa.
Ciechi dei nostri limiti, prepotenti, oratori senza conoscere il vocabolario, ma sempre sempre pronti a mordere con il nostro veleno: un morso solo, la morte dell’altro.
Poi un gattino con un cuore : salviamo una vita.
E non abbiamo salvato la nostra.
E non abbiamo salvato questo Social, che oggi siamo qui a piangere insieme.
Come lo seppelliamo ora, ora che braccia forti e giovani per scavare una buca non ne abbiamo?
I giovano sono fuggiti da anni da qui, ci hanno lasciato soli quando hanno capito che stavamo trasformando un giardino dell’Eden in palude, ci hanno fatto affondare nel fango da soli, vecchi e cattivi, senza forza per uscirne.
Troppo potere senza mezzi culturali per gestirlo.
Qui non c’è più niente che possiamo fare.
Pregate, se credete.
Sperate in un miracolo.
Fermiamoci ancora un attimo insieme a riflettere sulle nostre individuali responsabilità.
La società di Facebook ha fallito.
Quella fatta dalla gente comune, come me, come voi.
La società di Zuckerberg banchetta sul cadavere,
Eccoli, guardateli in faccia, spacciatori di una libertà fittizia, pronti a nutrirci con le carcasse avanzate all’algoritmo, dispensatori anch’essi di veleno ricoperto di zucchero a velo.
È morto Facebook e noi siamo assassini e suicidi.
Ma state sereni, nessuno pagherà con la galera.
Ci lasceranno così, liberi o convinti di essere liberi, come ciechi cani sciolti arrabbiati a mangiarci in qualche altra palude, convinti di un’ impunità che invece è la nostra condanna.
C’è chi una volta cantava Dio è morto.
Ora è morto anche l’uomo.
Andate in pace, se potete.